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mercoledì 23 aprile 2014

I DIVERSAMENTE DISABILI

 
 
 
 
D.ssa Carmela Mantegna
Counselor Relazionale Prepos
 


All’improvviso, come mi capita ogni qualvolta vivo quello stato di profondo e cosciente trasalimento di fronte ad una nuova intuizione, mi ritrovai davanti agli occhi quella enorme lente di ingrandimento, che mi fa vedere l’aspetto meno manifesto delle cose e della realtà: l’essere semplicemente folli e l’essere diversamente folli, la bugia buona e la bugia cattiva, il vedere oltre il diritto e oltre il rovescio delle cose, abbandonando quella reverenza verso la canonicità e cercando il diritto anomalo e fuori dal comune, o il rovescio testardamente atipico : un mondo alla rovescia, insomma.

Diritto, rovescio, diritto, rovescio : un lavoro a maglia creativo e ri-creativo, che sa osare, ribaltare le prospettive, rovesciare le focalizzazioni, inseguire la ragionevolezza dell’irragionevole.

Ogni cosa è solo questione di sguardo e prospettive, ma anche di linguaggio : non avremmo, per esempio, potuto chiamare rovescio il diritto e diritto il contrario? Questione di buon senso, mi diranno alcuni : la lingua va controllata, regolata, canonizzata. Concretezza, mi direbbero altri.  Qualcun altro ancora l’accoglierebbe come genialità. Un piacere estemporaneo per chi la vita è solo questione di bruciare l’attimo fuggente. Una cosa vale l’altra per un apatico abbandonato al suo sopore. Sarebbe una vergogna esporsi con una novità così éclatante, esordirebbe un timido invisibile, mentre un affettivo appiccicoso assumerebbe la novità per il solo fatto di compiacere qualcuno.

Ma, alla fine, forse ognuno vive in un proprio mondo alla rovescia.

E allora, io voglio vivere anche il mio, guardando il mondo dalla mia rovescia, che per me rappresenta la parte diritta : giudicate voi, comunque, cari lettori.

Forse il mio diritto è il rovescio dell’altro e viceversa, comunque sia, la  grande lente di ingrandimento, che mi compare all’improvviso, è così trasparente da farmi vedere sempre un dettaglio nuovo sia dal diritto che dal rovescio.

Ultimamente, si sono infiltrate nel linguaggio nuove espressioni e non ultima quella di “diversamente abile”, che mi piace pure, perché valorizza le risorse presenti in una persona con handicap. Ma, quando una mia amica mi ha raccontato di tutte le difficoltà che il suo bambino, affetto da sindrome di Down, incontra con la sua insegnante di sostegno, e non solo, mi è partito proprio dallo stomaco questo pensiero : ECCO LA CATEGORIA DEI DIVERSAMENTE DISABILI !

 Sono quelle persone che innescano relazioni malate e che non sanno veicolare valori, ma che in società occupano anche posti di prestigio e che, quando vogliono squalificare gli altri, prendono come paragone l’ignoranza dell’asino…. !

Ci sono disabilità e disabilità, disabilità dichiarate e disabilità sconosciute, disabilità reali e disabilità altre : la stupidità, la presunzione, l’ignoranza malefica, il pregiudizio, l’ottusità, la chiusura della mente e del cuore, la cattiveria, la maldicenza…

 Ci pensiamo a quello che può provare una mamma, quando l’insegnante di Italiano toglie le scarpe al suo bambino down perché scalpita per la classe, facendo rumore? Chi è il più dis abile fra i due ?

E, quando per lo stesso bambino, l’insegnante di Religione cattolica mette in dubbio che il piccolo possa cogliere il messaggio di Gesù : non ci troviamo di fronte, innanzitutto, ad una diversamente atea e poi di fronte ad un grave caso di disabilità umana?

E tutta la letteratura che si va diffondendo nella Scuola sui Bisogni Educativi Speciali? Un tipo di differenza, che sta facendo aumentare il numero di bambini dichiarati affetti da disgrafia, discalculia, dislessia……

Stiamo dando proprio i numeri! Anche qui abbiamo anche tanti insegnanti con Bisogni Educativi Speciali alternativi…., perché si tratta proprio di una miopia avanzata ! Fatto sta che sui piccoli rimane un’etichetta, una disabilità, che non è altro che una proiezione di un disagio personale: una probabile disgrafia e dislessia nella scrittura e lettura della propria vita e una forma di discalculia dovuta all’incapacità di fare un calcolo e bilancio delle proprie scelte.

 Scrive Georges Clemenceau :”Quella che chiamiamo verità è soltanto un'eliminazione di errori”.                   

 E siccome errare è umano, vogliamo credere e sperare che, per diritto o per rovescio, ognuno si riconcili con la parte migliore di sé, crescendo in quella sola abilità necessaria per ogni uomo : l’AMORE !

Ma, come scrive Arturo Graf nella sua opera Ecce Homo del 1908 : “Certe verità sono più pronti a dirle i matti che i savi”.

martedì 4 febbraio 2014

L’INCONTRO CON L’ALTRO NELLA RELAZIONE D’AIUTO DEL COUNSELING RELAZIONALE


D.ssa Daniela Troiani
Psicologa e Counselor 





Non è facile definire in cosa consista l’incontro con l’altro, il richiedente, nella relazione d’aiuto, dal momento che tale relazione può assumere innumerevoli forme, funzionali all’obiettivo da raggiungere.

Chi scrive vive e opera nella professione di psicologa e counselor, come un pittore di fronte alle sue tele, come un musicista di fronte alle sue composizioni. La nuova tela è l’ispirazione che si attiva, è la persona che si presenta per la prima volta, come le prime tre note di una canzone. Lì, in quel primo momento, nei primi dieci secondi, nasce l’intuizione sulla persona. Ma tutto ciò che verrà dopo, la sua storia, i vissuti emotivi, l’evoluzione che quella persona riuscirà ad avere, dipendono dal tipo di incontro, dall’alchimia, che si instaura tra essa e l’operatore.
Ovvero, ci sono tante scuole di pensiero, ci sono tanti modi di procedere, ma l’operatore è lo strumento essenziale del colloquio e l’esito del percorso è il risultato e il prodotto della relazione, di quella relazione specifica, instauratasi tra il cliente e l’operatore.
E’ per questo che più che un lavoro, è un arte, un’arte, che poggia su conoscenze scientifiche e su competenze esperienziali.
Questo lavoro, che chiamerei “artistico” nel senso di creativo, ovvero generativo e/o rigenerativo, nel counseling relazionale assume, in modo particolare, una connotazione educativa, laddove questo termine sia utilizzato per sottolineare l’accompagnamento attivo e partecipato Verso il miglioramento del rapporto con gli altri, con il mondo e con il sé.

In altre parole, il colloquio nel Counseling relazionale è un incontro, uno scambio; ma non uno scambio qualunque. Nel colloquio al centro è la persona, con ciò che mette in gioco di sé, con ciò che vuole migliorare della sua vita, con i suoi bisogni espliciti e quelli non detti.
Il colloquio, tuttavia, si svolge insieme al counselor, a quel counselor, con il quale si instaura quella ben determinata relazione, più o meno evolutiva per il cliente, a seconda della capacità, da parte del counselor (come vedremo) di mettersi tra parentesi.

La persona che arriva in consulenza, si assume la responsabilità della richiesta che porta, del bisogno che vuole soddisfare. Ovvero, ha già riconosciuto di avere un problema da risolvere e di avere la necessità di essere aiutata per trovare la propria soluzione personale alla questione.
Ciò significa che di fronte allo stesso problema, ci possono essere soluzioni diverse, dipendenti dalla personalità, dalle circostanze e, soprattutto, dalle risorse interne su cui si può contare per aiutare la persona a gestire le contingenze.
Cioè, in alcuni casi il Counselor si troverà ad attivare un processo di cambiamento radicale delle condizioni esistenziali del richiedente; in altri casi, si potrà solo individuare il modo migliore per negoziare con una realtà non modificabile.

Peraltro, qualunque sia l’esito della consulenza, l’incontro che avviene nel colloquio è sempre un incontro magico, un incontro con l’anima, con l’intimità dell’altro, che soffre e si mette a nudo, mettendosi in discussione. Il Counselor relazionale conosce la persona in un momento di difficoltà, in un momento in cui qualcosa nella sua vita sembra non funzionare più, quando la matassa è tanto intricata, da non trovare più il bandolo. L’operatore aiuta l’altro proprio nella ricerca del bandolo, accogliendo la sofferenza e circoscrivendo i confini dei problemi, che, a volte, sembrano irrisolvibili, o sono tanto confusi da essere espressi sottoforma di malessere generico e, spesso, fuorviante.
Affinché tale sofferenza, espressa con modalità molteplici, assuma il valore significativo e teleologico di dolore creativo, ovvero rigenerativo, l’operatore deve essere in grado, innanzitutto, di maneggiarla con delicatezza, e con misura, con rispetto e senso di responsabilità, senza approfittare del proprio potere di suggestione e dell’autorità attribuitagli dal cliente, per esercitare delirio di onnipotenza e narcisismo.

Questopassaggio della relazione d’aiuto può risultare il più insidioso per coloro che, esperti e competenti, possano sentirsi autorizzati e legittimati a imporre, in maniera più o meno esplicita, la propria visione della realtà, delle relazioni, del da farsi.
Troppo spesso, e sempre più anche nel counseling come nella psicoterapia, il counselor diventa despotico nella vita altrui, nella convinzione, che il buon counseling consista nel produrre uno strappo, una rottura nell’impalcatura relazionale della persona.
In questa convinzione, personalmente, vedo una duplice minaccia per il cliente.

In primis, si rischia di spezzare la persona solo a scopo di autocompiacimento professionale.
Quando il counselor esperto e/o quello arrogante, dimenticano di tener presente, nell’intervento che vanno a realizzare sulla persona, il contesto in cui si muove il richiedente e la sua storia, possono compromettere fatalmente le basi della sua identità con conseguenze, di cui è difficile prevedere la gravità già a chi (psicoterapeuti e psichiatri) ha le competenze per farlo.
Di questo rischio parla anche Cancrini nel suo interessante saggio “Schiavo delle mie brame”(p. 245), quando si sofferma sulle esplosioni del delirio di onnipotenza in cui può scivolare l’operatore sociale esperto.
Anche Antonio Loiacono(“La solitudine dell’operatore sociale”, in Atti del Convegno”Operatori sociali nelle emergenze”) sottolinea il possibile danno prodotto sull’utenza, nel caso in cui il professionista, progressivamente offuscato dal pensiero di se stesso, non riesca più a mettere la persona al centro del suo intervento.
In secondo luogo, talvolta in malafede per ragioni economiche o per ragioni di mero egocentrismo, il rischio è quello di rendere dipendenti anche le persone che potrebbero riprendere la loro vita in modo autonomo.

Per tali ragioni, i valori essenziali che il counselor è chiamato a praticare nella relazione d’aiuto dovrebbero consistere propriamente nella responsabilità verso l’altro e la sua vita e nell’umiltà di considerarsi solo uno degli strumenti possibili di miglioramento.
In quest’ottica, il counselor, sensibile nella sua capacità di percepire l’altro e etico nelle modalità di intervento, può accompagnare l’altro in un percorso realmente migliorativo delle sue relazioni, attribuendo un nuovo significato al passato e un’espansione rigenerativa alle prospettive relazionali future.


Bibliografia suggerita:

BORGNA E., Le intermittenze del cuore, Feltrinelli, 2003.
Bukai Georg, Lascia che ti racconti …Storie per imparare a vivere. Edizioni Rizzoli, 2004.
Crawford Matthew, Il lavoro manuale come medicina dell’anima, Edizioni Mondadori, 2010.
CANCRINI L., Schiavo delle mie brame. Storie di dipendenze, Frassinelli, 2003.
LOIACONO A., La solitudine dell’operatore sociale, in Atti del Convegno “Operatori sociali nelle emergenze”, 6 dicembre 2003, Roma.
MASINI V., La prima regola dei Cavalieri di San Valentino, Prepos, 1997.
MASINI V., Dalle emozioni ai sentimenti, Prevenire & Possibile, 2009.
TROIANI D., Il colloquio nel counseling relazionale, www.prepos.it.
TROIANI D., La formazione del counselor: responsabilità verso se stessi e verso gli altri, 2006, www. prepos. it.
TROIANI D., Requisiti formativi per un operatore umanamente competente e socialmente utile, 2009, www. prepos. it.
sé, degli altri e del mondo, 2011, www. prepos. it

giovedì 30 gennaio 2014

LA LOCATION DEL COUNSELING




D.ssa Daniela Troiani
Psicologa e Counselor


 




Per circoscrivere il campo dell’azione, appare utile soffermarsi sulla questione della location, in cui avviene l’incontro o gli incontri di counseling.
In primis, preme ricordare che il counseling è essenzialmente una relazione di aiuto, che in sé rappresenta il luogo metafisico del percorso .Ovvero, il luogo fisico può, come vedremo, essere importante in taluni casi, ma difficilmente lo è più della relazione stessa che da esterna progressivamente viene internalizzata sia dal cliente, sia dall’operatore.

In secondo luogo, ci preme rilevare che, al contrario di molti approcci psicoterapeutici, nel counseling il contesto spaziotemporale degli incontri può arrivare ad essere anche casuale, nel senso di flessibile in base sia alle necessità del percorso, sia delle contingenze di intervento.
Per esempio, nel counseling ospedaliero difficilmente si potrà spostare il paziente dal letto di degenza e, dunque, l’operatore dovrà trovare il modo e la maniera di costruire una cornice spazio temporale, oltre che emotiva, nella stanza di ospedalizzazione magari in presenza di altre persone.
Oppure potrebbe darsi il caso, in cui il counselor debba intervenire in una situazione di emergenza (telefono, mail, strada, supermercato, ecc), in cui si senta chiamato a sostenere, incoraggiare, tranquillizzare, gratificare, insegnare, rimproverare qualcuno a scopo formativo/evolutivo.
In quel caso la persona può agire intenzionalmente in qualsiasi luogo fisico, sapendo tuttavia costruire uno stato di intimità affettiva, che accolga l’altro, per renderlo disponibile e consapevole dell’intervento in atto.

Nelle circostanze in cui l’attività di counseling avvenga su richiesta, attraverso un primo contatto telefonico o telematico, il luogo fisico e lo spazio temporale in cui agire saranno definiti, in genere, nel primo incontro.
La scelta di operare al di qua o al di là della scrivania dipende dalla tipologia di cliente e dal tipo di intervento da operare.
Per esempio, nella Consulenza di coppia è preferibile, per chi scrive, operare al di qua della scrivania, per sottolineare, attraverso la comunicazione simbolica, la posizione esterna dalla dinamica della coppia e l’intenzione di rimanere super partes, o meglio tra le parti ma al di fuori della dinamica relazionale con la quale si potrebbe invischiarsi o colludere eccessivamente.

Con i soggetti bisognosi di vicinanza fisica, la scrivania può essere un ostacolo comunicativo, facilmente eludibile, ponendosi accanto al cliente.
Un luogo spaziotemporale ben definito e consueto può, peraltro, essere un buon contenitore per i Creativi in fase delirante, che hanno bisogno di frenare l’eccessiva dispersione emotiva e intellettuale, trovando “nel solito posto” un punto di riferimento stabile, che diventi imprinting per acquisizioni future.
Per l’ansioso l’ordine di un setting stabile è rassicurante, così come per il sensibile/timido e l’apatico/scoraggiato è gradevole un ambiente rasserenante, senza originalità eccessive. L’Emozionale può essere ben disposto verso un ambiente, in cui spiccano note di colore, tanto quanto per l’aggressivo/pragmatico può essere piacevole trovare qualcosa da maneggiare sulla scrivania o sedie mobili, che non lo obblighino alla rigidità motoria.

Peraltro, lo spazio del counseling (composto di luogo, tempo e cornice relazionale) è formato anche dal Contratto esplicito e da quello implicito.
Di quest’ultimo fanno parte le finalità di miglioramento sottintese, che
rimangono inespresse fino al termine del percorso, quando, attraverso la condivisione esplicita dell’evoluzione relazionale avvenuta tra counselor e cliente, è auspicabile che i cambiamenti nelle competenze relazionali della persona vengano illustrati, dal momento che rappresentano effetti collaterali benefici del miglioramento e dell’evoluzione relazionale, prodotte spesso come conseguenza della positiva interazione tra l’operatore e il consultante.
Ancora, dalla relazione con il counselor il cliente può apprendere ad alleggerire le dinamiche relazionali, a intuirne i rischi di conflittualità inutile, per poi trasporli nelle sue relazioni quotidiane.
Oppure, una finalità non esplicita può esser rappresentata dalla capacità di riflessività relazionale, ovvero di tenere in sé la voce e la dinamica relazionale avuta con il counselor per plasmare altri rapporti o per continuare a trarne incoraggiamento, sostegno, gratificazione, tranquillizzazione, rimprovero e insegnamento, anche dopo molto tempo dal termine del percorso.

Alcune finalità, quelle chiaramente espresse, vengono palesate verbalmente dal counselor, attenendosi, laddove sia realistica, alla richiesta del cliente.

Dunque, il contratto viene stipulato, in genere, al termine del primo incontro, quando sia emersa la richiesta esplicita e sia stata intuita la domanda implicita, che viene posta all’operatore.
Nel contratto vengono definiti, altresì, la durata e il numero degli incontri, le tecniche che si prevede di utilizzare, la parcella ad incontro (TROIANI D., Il colloquio nel counseling relazionale, www.prepos.it).


Come si è accennato, prima del contratto, ovvero prima di poter definire la procedura di intervento, si procede circoscrivendo la questione su cui, realisticamente, si intende e si vuole lavorare.
Si tenga presente che, in genere, il malessere a causa del quale la persona chiede un aiuto è solo una facciata, dietro la quale si mimetizza una qualche disfunzione nel rapporto con il Sé, con gli altri e/o con il mondo, che producono e sostengono il malessere, qualunque sia la forma espressa.
Per questa ragione la definizione dell’effettivo obiettivo esplicito dell’intervento costituisce un momento essenziale e irrinunciabile del primo colloquio, che andrà approfondito successivamente, per dare una corretta direzione al percorso di counseling e per fornire una adeguata dimensione alle aspettative del cliente.

Talvolta, infatti, viene presentato un problema confuso, o un insieme caotico di problematiche, in cui, è necessario, primariamente, stabilire le priorità, partendo dalla difficoltà meno complessa, in modo da poter individuare le risorse della persona e consolidare le energie su cui far leva per attivare il miglioramento.

 


Per approfondire :

BORGNA E., Le intermittenze del cuore, Feltrinelli, 2003.
CAROTENUTO A., Vivere la distanza, la solitudine, il lutto, Bompiani Editore, 1998.
TROIANI D., Il colloquio nel counseling, www.prepos.it.
TROIANI D.,Requisiti formativi per un operatore umanamente competente e socialmente, utile, www.prepos.it.