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giovedì 30 gennaio 2014

LA LOCATION DEL COUNSELING




D.ssa Daniela Troiani
Psicologa e Counselor


 




Per circoscrivere il campo dell’azione, appare utile soffermarsi sulla questione della location, in cui avviene l’incontro o gli incontri di counseling.
In primis, preme ricordare che il counseling è essenzialmente una relazione di aiuto, che in sé rappresenta il luogo metafisico del percorso .Ovvero, il luogo fisico può, come vedremo, essere importante in taluni casi, ma difficilmente lo è più della relazione stessa che da esterna progressivamente viene internalizzata sia dal cliente, sia dall’operatore.

In secondo luogo, ci preme rilevare che, al contrario di molti approcci psicoterapeutici, nel counseling il contesto spaziotemporale degli incontri può arrivare ad essere anche casuale, nel senso di flessibile in base sia alle necessità del percorso, sia delle contingenze di intervento.
Per esempio, nel counseling ospedaliero difficilmente si potrà spostare il paziente dal letto di degenza e, dunque, l’operatore dovrà trovare il modo e la maniera di costruire una cornice spazio temporale, oltre che emotiva, nella stanza di ospedalizzazione magari in presenza di altre persone.
Oppure potrebbe darsi il caso, in cui il counselor debba intervenire in una situazione di emergenza (telefono, mail, strada, supermercato, ecc), in cui si senta chiamato a sostenere, incoraggiare, tranquillizzare, gratificare, insegnare, rimproverare qualcuno a scopo formativo/evolutivo.
In quel caso la persona può agire intenzionalmente in qualsiasi luogo fisico, sapendo tuttavia costruire uno stato di intimità affettiva, che accolga l’altro, per renderlo disponibile e consapevole dell’intervento in atto.

Nelle circostanze in cui l’attività di counseling avvenga su richiesta, attraverso un primo contatto telefonico o telematico, il luogo fisico e lo spazio temporale in cui agire saranno definiti, in genere, nel primo incontro.
La scelta di operare al di qua o al di là della scrivania dipende dalla tipologia di cliente e dal tipo di intervento da operare.
Per esempio, nella Consulenza di coppia è preferibile, per chi scrive, operare al di qua della scrivania, per sottolineare, attraverso la comunicazione simbolica, la posizione esterna dalla dinamica della coppia e l’intenzione di rimanere super partes, o meglio tra le parti ma al di fuori della dinamica relazionale con la quale si potrebbe invischiarsi o colludere eccessivamente.

Con i soggetti bisognosi di vicinanza fisica, la scrivania può essere un ostacolo comunicativo, facilmente eludibile, ponendosi accanto al cliente.
Un luogo spaziotemporale ben definito e consueto può, peraltro, essere un buon contenitore per i Creativi in fase delirante, che hanno bisogno di frenare l’eccessiva dispersione emotiva e intellettuale, trovando “nel solito posto” un punto di riferimento stabile, che diventi imprinting per acquisizioni future.
Per l’ansioso l’ordine di un setting stabile è rassicurante, così come per il sensibile/timido e l’apatico/scoraggiato è gradevole un ambiente rasserenante, senza originalità eccessive. L’Emozionale può essere ben disposto verso un ambiente, in cui spiccano note di colore, tanto quanto per l’aggressivo/pragmatico può essere piacevole trovare qualcosa da maneggiare sulla scrivania o sedie mobili, che non lo obblighino alla rigidità motoria.

Peraltro, lo spazio del counseling (composto di luogo, tempo e cornice relazionale) è formato anche dal Contratto esplicito e da quello implicito.
Di quest’ultimo fanno parte le finalità di miglioramento sottintese, che
rimangono inespresse fino al termine del percorso, quando, attraverso la condivisione esplicita dell’evoluzione relazionale avvenuta tra counselor e cliente, è auspicabile che i cambiamenti nelle competenze relazionali della persona vengano illustrati, dal momento che rappresentano effetti collaterali benefici del miglioramento e dell’evoluzione relazionale, prodotte spesso come conseguenza della positiva interazione tra l’operatore e il consultante.
Ancora, dalla relazione con il counselor il cliente può apprendere ad alleggerire le dinamiche relazionali, a intuirne i rischi di conflittualità inutile, per poi trasporli nelle sue relazioni quotidiane.
Oppure, una finalità non esplicita può esser rappresentata dalla capacità di riflessività relazionale, ovvero di tenere in sé la voce e la dinamica relazionale avuta con il counselor per plasmare altri rapporti o per continuare a trarne incoraggiamento, sostegno, gratificazione, tranquillizzazione, rimprovero e insegnamento, anche dopo molto tempo dal termine del percorso.

Alcune finalità, quelle chiaramente espresse, vengono palesate verbalmente dal counselor, attenendosi, laddove sia realistica, alla richiesta del cliente.

Dunque, il contratto viene stipulato, in genere, al termine del primo incontro, quando sia emersa la richiesta esplicita e sia stata intuita la domanda implicita, che viene posta all’operatore.
Nel contratto vengono definiti, altresì, la durata e il numero degli incontri, le tecniche che si prevede di utilizzare, la parcella ad incontro (TROIANI D., Il colloquio nel counseling relazionale, www.prepos.it).


Come si è accennato, prima del contratto, ovvero prima di poter definire la procedura di intervento, si procede circoscrivendo la questione su cui, realisticamente, si intende e si vuole lavorare.
Si tenga presente che, in genere, il malessere a causa del quale la persona chiede un aiuto è solo una facciata, dietro la quale si mimetizza una qualche disfunzione nel rapporto con il Sé, con gli altri e/o con il mondo, che producono e sostengono il malessere, qualunque sia la forma espressa.
Per questa ragione la definizione dell’effettivo obiettivo esplicito dell’intervento costituisce un momento essenziale e irrinunciabile del primo colloquio, che andrà approfondito successivamente, per dare una corretta direzione al percorso di counseling e per fornire una adeguata dimensione alle aspettative del cliente.

Talvolta, infatti, viene presentato un problema confuso, o un insieme caotico di problematiche, in cui, è necessario, primariamente, stabilire le priorità, partendo dalla difficoltà meno complessa, in modo da poter individuare le risorse della persona e consolidare le energie su cui far leva per attivare il miglioramento.

 


Per approfondire :

BORGNA E., Le intermittenze del cuore, Feltrinelli, 2003.
CAROTENUTO A., Vivere la distanza, la solitudine, il lutto, Bompiani Editore, 1998.
TROIANI D., Il colloquio nel counseling, www.prepos.it.
TROIANI D.,Requisiti formativi per un operatore umanamente competente e socialmente, utile, www.prepos.it.