D.ssa Daniela Troiani
Psicologa e Counselor
Psicologa e Counselor
Non è facile definire in cosa consista l’incontro con l’altro, il richiedente, nella relazione d’aiuto, dal momento che tale relazione può assumere innumerevoli forme, funzionali all’obiettivo da raggiungere.
Chi scrive vive e opera nella professione di psicologa e counselor, come un pittore di fronte alle sue tele, come un musicista di fronte alle sue composizioni. La nuova tela è l’ispirazione che si attiva, è la persona che si presenta per la prima volta, come le prime tre note di una canzone. Lì, in quel primo momento, nei primi dieci secondi, nasce l’intuizione sulla persona. Ma tutto ciò che verrà dopo, la sua storia, i vissuti emotivi, l’evoluzione che quella persona riuscirà ad avere, dipendono dal tipo di incontro, dall’alchimia, che si instaura tra essa e l’operatore.
Ovvero, ci sono tante scuole di pensiero, ci sono tanti modi di procedere, ma l’operatore è lo strumento essenziale del colloquio e l’esito del percorso è il risultato e il prodotto della relazione, di quella relazione specifica, instauratasi tra il cliente e l’operatore.
E’ per questo che più che un lavoro, è un arte, un’arte, che poggia su conoscenze scientifiche e su competenze esperienziali.
Questo lavoro, che chiamerei “artistico” nel senso di creativo, ovvero generativo e/o rigenerativo, nel counseling relazionale assume, in modo particolare, una connotazione educativa, laddove questo termine sia utilizzato per sottolineare l’accompagnamento attivo e partecipato Verso il miglioramento del rapporto con gli altri, con il mondo e con il sé.
In altre parole, il colloquio nel Counseling relazionale è un incontro, uno scambio; ma non uno scambio qualunque. Nel colloquio al centro è la persona, con ciò che mette in gioco di sé, con ciò che vuole migliorare della sua vita, con i suoi bisogni espliciti e quelli non detti.
Il colloquio, tuttavia, si svolge insieme al counselor, a quel counselor, con il quale si instaura quella ben determinata relazione, più o meno evolutiva per il cliente, a seconda della capacità, da parte del counselor (come vedremo) di mettersi tra parentesi.
La persona che arriva in consulenza, si assume la responsabilità della richiesta che porta, del bisogno che vuole soddisfare. Ovvero, ha già riconosciuto di avere un problema da risolvere e di avere la necessità di essere aiutata per trovare la propria soluzione personale alla questione.
Ciò significa che di fronte allo stesso problema, ci possono essere soluzioni diverse, dipendenti dalla personalità, dalle circostanze e, soprattutto, dalle risorse interne su cui si può contare per aiutare la persona a gestire le contingenze.
Cioè, in alcuni casi il Counselor si troverà ad attivare un processo di cambiamento radicale delle condizioni esistenziali del richiedente; in altri casi, si potrà solo individuare il modo migliore per negoziare con una realtà non modificabile.
Peraltro, qualunque sia l’esito della consulenza, l’incontro che avviene nel colloquio è sempre un incontro magico, un incontro con l’anima, con l’intimità dell’altro, che soffre e si mette a nudo, mettendosi in discussione. Il Counselor relazionale conosce la persona in un momento di difficoltà, in un momento in cui qualcosa nella sua vita sembra non funzionare più, quando la matassa è tanto intricata, da non trovare più il bandolo. L’operatore aiuta l’altro proprio nella ricerca del bandolo, accogliendo la sofferenza e circoscrivendo i confini dei problemi, che, a volte, sembrano irrisolvibili, o sono tanto confusi da essere espressi sottoforma di malessere generico e, spesso, fuorviante.
Affinché tale sofferenza, espressa con modalità molteplici, assuma il valore significativo e teleologico di dolore creativo, ovvero rigenerativo, l’operatore deve essere in grado, innanzitutto, di maneggiarla con delicatezza, e con misura, con rispetto e senso di responsabilità, senza approfittare del proprio potere di suggestione e dell’autorità attribuitagli dal cliente, per esercitare delirio di onnipotenza e narcisismo.
Questopassaggio della relazione d’aiuto può risultare il più insidioso per coloro che, esperti e competenti, possano sentirsi autorizzati e legittimati a imporre, in maniera più o meno esplicita, la propria visione della realtà, delle relazioni, del da farsi.
Troppo spesso, e sempre più anche nel counseling come nella psicoterapia, il counselor diventa despotico nella vita altrui, nella convinzione, che il buon counseling consista nel produrre uno strappo, una rottura nell’impalcatura relazionale della persona.
In questa convinzione, personalmente, vedo una duplice minaccia per il cliente.
In primis, si rischia di spezzare la persona solo a scopo di autocompiacimento professionale.
Quando il counselor esperto e/o quello arrogante, dimenticano di tener presente, nell’intervento che vanno a realizzare sulla persona, il contesto in cui si muove il richiedente e la sua storia, possono compromettere fatalmente le basi della sua identità con conseguenze, di cui è difficile prevedere la gravità già a chi (psicoterapeuti e psichiatri) ha le competenze per farlo.
Di questo rischio parla anche Cancrini nel suo interessante saggio “Schiavo delle mie brame”(p. 245), quando si sofferma sulle esplosioni del delirio di onnipotenza in cui può scivolare l’operatore sociale esperto.
Anche Antonio Loiacono(“La solitudine dell’operatore sociale”, in Atti del Convegno”Operatori sociali nelle emergenze”) sottolinea il possibile danno prodotto sull’utenza, nel caso in cui il professionista, progressivamente offuscato dal pensiero di se stesso, non riesca più a mettere la persona al centro del suo intervento.
In secondo luogo, talvolta in malafede per ragioni economiche o per ragioni di mero egocentrismo, il rischio è quello di rendere dipendenti anche le persone che potrebbero riprendere la loro vita in modo autonomo.
Per tali ragioni, i valori essenziali che il counselor è chiamato a praticare nella relazione d’aiuto dovrebbero consistere propriamente nella responsabilità verso l’altro e la sua vita e nell’umiltà di considerarsi solo uno degli strumenti possibili di miglioramento.
In quest’ottica, il counselor, sensibile nella sua capacità di percepire l’altro e etico nelle modalità di intervento, può accompagnare l’altro in un percorso realmente migliorativo delle sue relazioni, attribuendo un nuovo significato al passato e un’espansione rigenerativa alle prospettive relazionali future.
Bibliografia suggerita:
BORGNA E., Le intermittenze del cuore, Feltrinelli, 2003.
Bukai Georg, Lascia che ti racconti …Storie per imparare a vivere. Edizioni Rizzoli, 2004.
Crawford Matthew, Il lavoro manuale come medicina dell’anima, Edizioni Mondadori, 2010.
CANCRINI L., Schiavo delle mie brame. Storie di dipendenze, Frassinelli, 2003.
LOIACONO A., La solitudine dell’operatore sociale, in Atti del Convegno “Operatori sociali nelle emergenze”, 6 dicembre 2003, Roma.
MASINI V., La prima regola dei Cavalieri di San Valentino, Prepos, 1997.
MASINI V., Dalle emozioni ai sentimenti, Prevenire & Possibile, 2009.
TROIANI D., Il colloquio nel counseling relazionale, www.prepos.it.
TROIANI D., La formazione del counselor: responsabilità verso se stessi e verso gli altri, 2006, www. prepos. it.
TROIANI D., Requisiti formativi per un operatore umanamente competente e socialmente utile, 2009, www. prepos. it.
sé, degli altri e del mondo, 2011, www. prepos. it

