Visualizzazioni totali

venerdì 29 novembre 2013

D.SSA MARIA PIA MARINO


 
Consapevolezza
 D.ssa  Maria Pia Marino
Funzionario di Servizio Sociale
(Apprendista Artigiano PREPOS)


Per fare bene bisogna Essere e noi siamo solo nel momento in cui diveniamo consapevoli.
Solo usando la chiave della consapevolezza possiamo aprire nuovi mondi, riuscendo a portare lo sguardo da fuori a dentro, perché ciò che ci circonda è il risultato del nostro habitat interiore.
Siamo tutti pronti a dire di volere successo ma, di solito, lo attendiamo come la manna dal cielo, senza sforzarci di metterci in  gioco, di impegnarci per fare accadere quello che vogliamo, tramite azioni concrete.
Viviamo la vita in modo spento, senza entusiasmo e per tale ragione non siamo in grado di coinvolgere altri nel raggiungimento di obiettivi comuni. Siamo dei semplici contenitori, più o meno pieni, ma dobbiamo essere legna che brucia per dare luce alla Verità, cominciando dall’accendere la scintilla che è dentro ciascuno di noi.
Smettiamo di sognare e viviamo nella realtà, smettiamo di guardare l’orizzonte e andiamo oltre, di poco alla volta, spingendoci più in là dopo avere fatto progressi e condiviso l’orizzonte di chi è già più avanti a noi.
Poniamoci nella condizione dell’ascolto attivo, presente,  consapevole e smettiamo di responsabilizzare gli altri per la nostra condizione; così facendo malediciamo la Vita.
Piuttosto organizziamo il nostro sapere e impariamo a gestire la nostra vita, ad acquisire padronanza del nostro sapere per arrivare a benedire tutto ciò che abbiamo e di cui la vita stessa ci permette di disporre.
Non limitiamoci a dare risposte esterne, meccaniche, di cui perdiamo facilmente memoria perché non le sentiamo appartenerci ma rispondiamo alla nostra grandezza interiore, arricchendoci autenticamente.
Non lasciamoci adulare e non aduliamo ma creiamo relazioni consapevoli e condivise che portino ad un agire comune e condiviso.
Restiamo nell’ascolto interiore di noi stessi, restiamo nella pace per superare la violenza e la paura di essere derubati; comprendiamo che non siamo tutti uguali e rispettiamo le differenze comprendendo che l’altro costituisce un arricchimento, un vantaggio e che insieme si fa meglio che da soli perché dal rispetto delle diversità nasce il desiderio dell’unità con l’altro, diverso da noi stessi.
Essere consapevoli supera l’informazione e  trasforma la conoscenza di qualcosa in un fenomeno interiore e profondo che si armonizza, coerentemente, con il resto della persona e la plasma traducendo ogni suo agire in comportamento eticamente disciplinato.
Chi vive consapevolmente costruisce un modo originale di rapportarsi con il mondo, un sapere che gli da identità e lo eleva al di sopra dell’ignoranza e della ordinaria informazione.
Chi è consapevole non subisce ma affronta e rielabora per modificare, migliorando e quindi… sa fare bene perché “ E’ “.
 

mercoledì 27 novembre 2013

NEVA BIAGIOTTI

Il numero di Novembre 2013

Ragnatele di vita

23 novembre 2013 | Il numero di Novembre 2013 - Pubblicato in: Libri

Ragnatele di vita

Ieri la comunità barghigiana ha avuto occasione di conoscere e toccare con orgoglio un nuovo talento letterario “autoctono”: si è tenuta infatti nel suggestivo scenario di Villa Gherardi la presentazione del libro della fornacina Neva Biagiotti “Ragnatele di vita”. Neva, insegnante presso la scuola dell’infanzia della frazione, ha realizzato la sua prima pubblicazione con un lavoro a quattro mani, condiviso con la collega calabrese Carmela Mantegna.
A presentare il volume, di seguito all’introduzione dell’assessore Giovanna Stefani, è stato il prof. Vincenzo Masini, psicoterapeuta e direttore di PREPOS (acronimo per PREvenire è POSsibile), la scuola di counseling dove le due docenti si sono conosciute e hanno maturato il percorso formativo alla base di questo volume.
Le due colleghe hanno realizzato il libro per via “telematica”; in particolare Carmela chiese in origine a Neva di partecipare con propri contributi ad un suo blog; da questa proficua esperienza di collaborazione è nata, dopo qualche tempo, la proposta di scrivere un libro a quattro mani. Una realizzazione lunga e partecipata, viste anche le particolari situazioni familiari che le due insegnanti vivevano in quel momento e che permettevano loro di lavorare in perfetta sincronia, arricchendo da una parte il percorso di scrittura di proposte e collaborazioni, e maturando dall’altra stabili legami di amicizia e interfamiliari.
Scrivere questo libro è stato infatti per le due insegnanti un continuo e ricco confronto, dove si sono susseguiti lungo mesi, tra Lucca e Crotone, i suggerimenti e le domande su cosa sarebbe capitato al piccolo protagonista; così la storia è diventata l’inizio di una catena di storie, il cui maturare è stato condotto come un gioco tra bambine, ma vissuto con la saggezza e la consapevolezza di adulte.
In questo modo inizia la storia del ragnetto Bruno Prepos, protagonista di “Ragnatele di vita”, segnata dalla sua nascita, dalle sue vicissitudini, dalla maturazione della propria identità attraverso l’esperienza.
Questo tipo di lavoro si riflette anche sull’identità dei beneficiari del libro: se ad un primo sguardo appare come un volume per l’infanzia, in realtà il libro deve essere meglio definito come un libro per bambini ma mediato dagli adulti. La destinazione di questo volume infatti è polivalente rispetto all’età: il testo può essere apprezzato dai bimbi come dagli adulti, che vi possono trovare non solo una narrativa educativa, operativa e propositiva, ma anche abbondanti spunti e tracce del counseling e della teoria di PREPOS.
 

domenica 24 novembre 2013

NEWS DA PREPOS BARGA

Ragnatele di vita
Neva Biagiotti - Carmela Mantegna
Presentazione Libro

INTERVIENE

PROF. VINCENZO MASINI 



                      

              Biblioteca Comunale - Villa Gherardi - BARGA - 22 Novembre 2013
NEVA  BIAGIOTTI

giovedì 14 novembre 2013

Dr SALVATORE NOCERA


Dr Salvatore Nocera
News
da Prepos kenia
Seminario di Nakuru
(1-8 giugno 2013)


Con Roberto arrivo a Nairobi. In auto con un volontario angolano al Drop In di Nairobi. Da lì, nel pomeriggio, partenza sempre in auto per Nakuru, 120 km circa a nord-ovest di Nairobi, con il volontario italiano Giovanni e Padre Felix, l’attuale responsabile della missione Don Calabria, dove si svolge il nostro seminario intensivo di Prepos-counseling.

Primo giorno, mattina, ripasso degli idealtipi e del senso del counseling di Prepos con gli operatori italiani nuovi e Padre Felix, subito dopo primo incontro con gli educatori locali.
Noto qualche resistenza da parte di alcuni educatori, probabilmente generate da  incomprensioni  con i precedenti responsabili. Dopo un rapido excursus sul grafo, cominciamo a delineare le varie tipologie.

Il lavoro prosegue nei giorni successivi a partire da quello che loro chiamano casi:  è una terminologia che rimanda di più alla clinica psicologica e  medica, a mio avviso crea  distanza tra il counselor e la persona che si aiuta. Tuttavia cominciamo ad affrontare varie problematiche inerenti le difficoltà incontrate dagli educatori e dalle educatrici (tutti Kenioti)  con alcuni bambini/ragazzi difficili (come se già non fossero comunque resi “difficili” dalle condizioni ambientali in cui sono costretti a vivere!).
Abbiamo allora deciso di delineare il quadro idealtipico dei ragazzi partendo innanzitutto dalle descrizioni che gli educatori stessi ne fanno, non avendone a disposizione il grafo,  descrizioni basate soprattutto sulla individuazione di singoli aggettivi e/o caratteristiche evolute/non evolute (pregi e difetti!) e li abbiamo inseriti dentro il grafo, a seconda della prevalenza, cercando di comprendere a quale copione di comportamento – unico o multiplo – corrispondesse  il ragazzo descritto, definendone gli eventuali bisogni e trovando soluzioni al momento ritenute adeguate.
Devo dire che tale metodologia di lavoro ha permesso di identificare con buona approssimazione i  bisogni dei ragazzi attraverso anche il feedback degli educatori, che hanno così scoperto che è possibile allenarsi a riconoscere d’acchito il copione dominante (che io chiamo prevalenza idealtipica), e abbiamo soprattutto ben focalizzato alcuni atteggiamenti spesso non congrui degli educatori, che – quasi come un condizionamento riflesso acquisito dalla gestione precedente – sembrava avessero messo al centro dei loro interventi la norma/regola ad ogni costo, indipendentemente dai bisogni dei ragazzi: non per nulla è venuto fuori il “caso” di  un ragazzo “delirante” al quale è stato tentato di imporre la  “ferrea regola” e che ovviamente andava in insofferenza. Pertanto, parallelamente e in maniera devo dire molto delicata, abbiamo lavorato anche delineando – laddove non fosse stato fatto in precedenza – il grafo di ognuno degli educatori, da cui tra l’altro è scaturito un buon equilibrio tra i maschi, e parecchie tematiche e bisogni irrisolti invece nelle femmine.

Il lavoro è proseguito usando il teatro come mezzo per facilitare:
-         l’espressione del proprio copione, ovvero del proprio bisogno educativo, approfondendo in particolare il tema della comunicazione educativa: rimprovero, incoraggiamento ecc, individuando tra i partecipanti le persona più adatte: l’avaro rimprovera e responsabilizza lo sballone e l’apatico, lo sballone coinvolge emotivamente l’avaro … il delirante insegna la libertà all’adesivo e immette autostima all’invisibile, che sostiene ecc
-         l’interazione tra  gli educatori guidandoli verso il riconoscimento negli altri di personalità in relazione “naturale” di affinità
-         l’instaurarsi di un bel clima di gruppo, che ho sentito coeso, collaborante e disponibile al cambiamento positivo: la figura forte ma discreta di Padre Felix è loro naturale guida e riferimento. Non a caso Padre Felix già al quarto giorno è riuscito, pur essendo quasi digiuno all’inizio del nostro modello, ad impadronirsene a tal punto da gestire – sotto la nostra supervisione attenta – la valutazione di alcuni “casi” individuando oltre al bisogno educativo dei ragazzi cui è rivolto l’intervento, anche l’educatore o gli educatori al momento più adatti a farlo.

È stato importante anche soffermarsi sulla differenza tra intervento di counseling, psicologico/psicoterapeutico e medico: è come se all’inizio gli educatori fossero stati convinti del fatto che un intervento educativo fosse equivalente a un intervento medico (spesso psichiatrico) e/o psicologico: in realtà, con le dovute cautele e attraverso le nostre risorse espressivo/dialogiche e competenze, abbiamo evidenziato le differenze tra i vari ambiti di intervento, smontando con dolcezza alcuni equivoci, rimarcando comunque il fatto che è perfettamente ipotizzabile ed auspicabile una integrazione tra le varie professionalità, ognuna nel suo ambito, ma nello stesso tempo facendo notare che il loro intervento, invece, era molto congruo dal punto di vista del counseling.

C’è da aggiungere che per ogni incontro è stato tenuto dal sottoscritto un report molto informato, e ricco di nozioni su tutte le tematiche affrontate e ben approfondito anche da un punto di vista dei riferimenti teorici (tutti ben rintracciabili tra l’altro nell’ultima edizione del libro di Vincenzo Dalle Emozioni ai Sentimenti). Report che, a mo’ di quaderno di lavoro, ho lasciato ben volentieri a padre Felix.
Ce ne siamo andati soddisfatti e consapevoli del fatto che non bisogna abbassare la guardia.

Salvatore Nocera e Roberto Gentilini

domenica 3 novembre 2013

D.ssa ANTONELLA PROIETTI

  
     
  

D.ssa Antonella Proietti
Counselor  Relazionale Prepos


Counseling: cosa accade nella vita di chi lo avvicina?

 
Quando sento parlare di formazione breve, mi viene da sorridere, certo, generalmente, il corso di formazione dura tre anni con l'obbligo di un minimo di  450 ore,  ma volendo parlare della mia esperienza  e di quella  di molti colleghi del mio corso, direi che dal giorno in cui iniziammo, Aprile 2005, la nostra formazione non è mai cessata.

Il Counseling  ė diventato un mudus operandi  e l'approfondimento una necessità.

 Mi viene in mente il detto sulle ciliegie, una tira l'altra, così come  le letture sul counseling, un libro tira l'altro, tracciando un percorso tra  materie filosofiche, sociologiche, letteratura e poesia.

 Quanto può curare l'animo umano, una poesia con le sue parole, il tuo sentire accomunato a quello del poeta, essere proiettati in una diversa  dimensione  dove avviene l'incontro con il tuo stesso dolore?

Dolore, già,  parola tabù nel vocabolario moderno.

Quel dolore diventato insopportabile per ognuno di noi, qualcosa da cui fuggire il più lontano possibile. Quando si parla di disagio, di depressione, stiamo parlando forse di incapacità di sostenere un dolore? Mi spiego meglio. Ricordo la  rabbia nei confronti dei miei genitori, quando cominciai a verificare che la vita non era solo gioia, ma spesso dolore. Perché, mi sono chiesta, mi hanno nascosto la realtà, mi hanno fatto credere in una vita facile e meravigliosa?

Oggi, comprendo che il protezionismo in cui siamo stati cresciuti dipendeva dal desiderio assurdo di voler tenere lontano i figli dalle difficoltà. Risolvere per loro  ogni problema prima che possano avvertirlo.

In quel limbo dorato è difficile avere la percezione delle insidie del mondo esterno, un mondo che ti aspetta, sornione e divertito dalla tua innocenza.

Il primo impatto con la sofferenza diventa un ostacolo insormontabile. La palestra in cui sei stato addestrato non ti ha preparato a certi ostacoli. Allora pensi di non farcela, conosci il dolore per la prima volta e scopri che non è esattamente quello provato da bambino, quando ti sbucciavi le ginocchia, un bruciore che presto svaniva, dissolto prima che la ferita sparisse.

E' il dolore dell'impotenza, dell'abbandono, del tradimento.

Quando si dice "non spezzarmi il cuore !", sembra una frase fatta ma se hai sofferto profondamente,   la sensazione che il tuo cuore si spezzi è reale. Ti sembra di non farcela, di non poter resistere, vorresti che il dolore cessasse subito  e allora che fare?

Confessare a qualcuno di sentirci così è una vergogna, sembreremmo deboli, vulnerabili, chi potrebbe capirci? Allora, è meglio andare da un medico, fedele al segreto professionale, non tradirà la nostra confessione. Ma sì, affidiamoci ad un farmaco, che  soporizzi il nostro dolore e  lo renda sopportabile o addirittura lo faccia scomparire.

Questa è la via breve che oggi è intrapresa da molte persone.

L'uomo tende a dimenticare gli insegnamenti che la vita ci ha mostrato.

Non rammentiamo che tutto  passa, la gioia più sublime ed il dolore più estremo, nello stesso modo in cui ci tuffiamo intensamente nella felicità assaporandone con ingordigia ogni sfumatura, forse altrettanto dovremmo fare con il dolore.

Viverlo, nell'impossibilità di evitarlo, quando ormai ci ha sorpreso a tradimento, tuffarsi dentro quel mare per arrivare all'altra sponda, ancora vivi e più forti.

Assaporare la forza della consapevolezza dopo aver acquisito la capacità  di salvarci.

Cosa è cambiato nella mia vita dopo l'incontro con il counseling?

L'approccio con l'esistenza, l'apertura verso l'ignoto, la capacità di affrontare le insidie.

La comprensione dell'altro, così diverso da me da aprirmi un nuovo scenario e una visione più ampia della vita. Dove la fatica di vivere è compensata da un premio inaspettato, quella pienezza che senti dentro di te quando sei sazio, nutrito da un cibo sano.